Notizie Notizie

Popoli della pace…Avanti

Popoli della pace…Avanti

E’ un momento storico quello che stiamo vivendo …. Non solo la guerra in Europa ci porta indietro di oltre settant’anni , evidenzia la possibilità di sviluppare progetti comuni di pace e di uno sviluppo sostenibile delle nostre comunità nazionali in un’ ottica di una maggiore integrazione europea. Stiamo constatando le fragilità delle istituzioni europee e la possibilità di cercare nuovi orizzonti nell’ essere europei.

Decliniamo la pace. Che si riparta dalla pace e dalla solidarietà. Si può pensare di mettere in moto processi virtuosi come l’ Agenda 2030, creare e generare economie circolari più virtuose in società nazionali in un contesto internazionale che creino orizzonti comuni. Si scriva una nuova pagina nella storia e per questo motivo partiamo dal basso dai cittadini, dalle associazioni e dai partiti. Liberiamo la pace e facciamo delle nostre azioni , momenti per e non per essere contro.

Riflettiamo sulle nostre azioni quotidiane su come essere costruttori di pace. Apriamoci alle dinamiche della vita in un mondo che è la nostra casa comune, dove tutti i cittadini possano avere il diritto di cittadinanza. Disegniamo insieme questo nuovo progetto, cerchiamo collaborazioni ed azioni per fare e costruire il nuovo popolo della pace. La pace può partire qui e lo dobbiamo fare ora. Auguri di pace.

Giuseppe Faretra-Presidente di Legambiente-Circolo Angelo Vassallo-Corato

Un riconoscimento ad un nostro socio

Un riconoscimento ad un nostro socio

Abbiamo appreso che un nostro socio Faretra Giuseppe è stato insignito del premio “Sentinella del creato” di Greenaccord. Giuseppe Faretra è iscritto al nostro circolo di Legambiente da trenta anni, ha ricoperto il ruolo di Vicepresidente, segretario e da 15 anni webcontent manager del sito e dei social ufficiali legati al nostro circolo. E’ un riconoscimento che ci dice che stiamo nella parte giusta. Il volontariato è uno strumento capace di influenzare i processi di cambiamento della società in cui viviamo attraverso pratiche virtuose di cittadinanza attiva. Da sempre i volontari sono il cuore pulsante di Legambiente: mettono a disposizione tempo, competenze e passione per prendersi cura del proprio territorio e costruire un nuovo modello di sviluppo, più equo e sostenibile, basato sull’economia circolare.

“Questo riconoscimento lo intendo dedicare – ha dichiarato Giuseppe Faretra- a tutto il mondo del volontariato sociale e ambientale che a tutti i livelli nel corso di questi anni stanno facendo tanto. Sono donne e uomini, giovani e anziani che fanno tanto silenziosamente e gratuitamente per gli altri. Il premio è anche il loro! Nel corso di questi anni negli articoli, ha continuato Giuseppe Faretra, nei comunicati anche quando non si è d’accordo sui provvedimenti delle varie amministrazioni, non si sono mai attaccate le persone, ma criticate le decisioni nel rispetto degli amministratori. Non bisogna far venir meno il rispetto della persona anche quando non si condividono le idee o i progetti.”

Greenaccord è un’Associazione Culturale, di ispirazione cristiana e senza fini di lucro, nata per stimolare l’impegno di tutti gli uomini e le donne di qualsiasi credo e confessione religiosa, sul tema della salvaguardia della natura.

Greenaccord nella motivazione è stato riportato:” Premio Sentinella a Giuseppe Faretra, giornalista del settimanale diocesano di Trani-Barletta- Bisceglie “In Comunione”, per essersi occupato delle tematiche ambientali con perizia e qualità. Promotore di corsi di formazione per i giornalisti, anche deontologici, ne ha organizzato uno sul tema: “La Deontologia del giornalismo ambientale”. Attivo in varie realtà ecclesiali della zona di Corato. Insegna ed è attivista di Legambiente Corato .Tutte queste attività fanno sì che il suo modo di vivere il giornalismo sia completo e sia frutto di preparazione, competenza e esperienza”.

Greenaccord propone una serie di forum nazionali ed internazionali rivolti a tutti i professionisti dell’informazione allo scopo di sollecitare una riflessione laica ed approfondita attraverso un dibattito continuativo sul ruolo e la responsabilità del giornalista nei confronti delle tematiche ecologiche.

Mercenari, mercanti e militanti nel Sahel

Mercenari, mercanti e militanti nel Sahel

Si trovano dappertutto e forse sono la maggioranza. I mercenari compongono e infiltrano praticamente tutti gli ambiti della società. Sono coloro che lavorano, agiscono e combattono solo in cambio di una remunerazione. Li troviamo nelle piccole, medie o grandi agenzie umanitarie e, visto come vanno le cose nel Sahel e dintorni, hanno davanti a loro un un futuro assicurato. Li scopriamo nel mondo della politica intesa come interessata amministrazione dell’esistente. Si rivelano in modo comico e indecente nelle periodiche e nevralgiche competizioni elettorali. Si scambiano gli schieramenti e le ‘maglie’ esattamente come in ambito sportivo odierno. Persino nello sport, che di una società è uno degli specchi fedeli, il mercenariato è non solo accettato ma anche imposto per contratto bilaterale. In ambito educativo i mercenari costituiscono l’assoluta garanzia di continuità di un sistema che alla fine non cerca altro che di riprodurre se stesso. Nell’orbita religiosa, considerata come una delle espressioni dell’assoluto divino, questa categoria di persone trova il proprio spazio di manovra e di rilevanza. Sfruttando l’umana fragilità, lo sradicamento sociale, la perdita di riferimenti etici e la globalizzazione della miseria, crescono i mercenari di consolazione, successo, prestigio e progresso sociale. Si fanno un nome, una carriera e un futuro. Colmano con promesse di felicità futura e di guarigioni immediate, il vuoto creato dalla inutile corsa all’accumulazione di denaro che, non da oggi, si rivela come l’unico dio a cui sacrificare la vita. I mercenari si trovano anche nelle relazioni umane, spesso rivestite di un’aura di quasi sacralità, come la la famiglia, le amicizie e le relazioni intime di cui la prostituzione assume un ruolo emblematico. Non parliamo, infine, dello spazio militare che, ormai da tempo e per scelta, ha promosso i mercenari al ruolo riconosciuto di ‘Contractors’, i quali, senza leggi o limiti legati alla deontologia del mestiere, hanno le strade aperte ad ogni tipo di abuso. A loro assomigliano i mercanti che, in certo modo, ne assicurano la perpetuità. Comprano, acquistano e soprattutto SI vendono. Gli acquirenti non mancano. Le banche, i partiti, i sindacati, le organizzazioni non governative, i religiosi in cerca di clienti, le multinazionali che vanno dove si paga meno la mano d’opera o le leggi sono favorevoli agli investimenti. Oggigiorno nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si vende a partire dai corpi umani e dal tempo, mercanzia rara come la salute. Si vendono assieme alle paure, i vaccini, i test dell’indotta pandemia dei nostri tempi, il passaporto sanitario, le parole, le verità e i brandelli di futuro appesi ad un filo come panni stesi ad asciugare. Tutto si mercanteggia a partire dalla giustizia che si modella a seconda di chi è indagato e dovrebbe rendere conto dei suoi atti. Quando il mondo si trasforma in un solo e grande mercato non rimane altro che sperare che arrivino loro, i militanti. Fortuna esistono anche e soprattutto qui. I militanti che, fedeli alla definizione che li rende così preziosi, lavorano attivamente alla difesa o alla propazione di un’idea, di una dottrina, di una convinzione che li supera e per la quale sono disposti a dare la vita. Per i diritti umani, per la dignità della donna, contro ogni tentativo di asservimento o schiavitù delle creature più fragili, per un’ecologia integrale, perche giustizia sia fatta, contro la dimenticanza o lo stravolgimento della storia, per la libertà di espressione, per il rispetto delle parole, per la decenza del lavoro e per una pace disarmata. Nel Sahel, come altrove in Africa, sono da contare a centinaia i militanti che fanno esperienza della repressione e della persecuzione. Sono uccisi, rapiti, presi come ostaggi, censurati e soprattutto si trovano ospiti nelle diverse prigioni di stato che si contraddistinguono per crudele inadempienza del proprio ruolo a servizio della giustizia. Si trovano uomini, donne, giovani e adulti che stanno pagando di persona la convinzione che le ragioni per cui si vive sono più importantie decisive della vita stessa. A loro non basta la ‘nuda vita’ per sentirsi pienamente umani. Ci sono tra loro i santi, i profeti, i poeti, i partigiani, gli innamorati, i migranti in cerca di utopie che malgrado tutto esistono ancora. Ed è grazie a loro che la storia avanza con un senso e una direzione. Sono semplicemente imprescindibili.

Mauro Armanino, Niamey, 25 aprile, la liberazione

Una macchina senza autista. 23 mesi di rapimento di Pierluigi

Una macchina senza autista.23 mesi di rapimento di Pierluigi

Per oltre un anno è rimasta ferma nel cortile interno della cattedrale di Niamey. Sembrava che usarla fosse una mancanza di rispetto per padre Gigi che l’aveva lasciata accanto alla sua camera. La sua camionetta Toyota era parcheggiata giusto accanto alla porta. Era la ‘sua’ bianca Toyota 4Wd- AD 9627, Repubblica del Niger (RN) e, naturalmente Niamey (NY). Si pensava dovesse tornare da un giorno all’altro, da una settimana all’altra, da un mese all’altro. Passato l’anno di prigionia la comunità SMA ha scelto di rimettere in funzione la sua macchina e cominciare a prepararla per l’eventuale ritorno. All’inizio non è stato facile guidarla. Gigi aveva l’abitudine di passare alla casa SMA di Niamey ogni due settimane, di media, per acquisti e altre commissioni. Soprattutto tornava in citta con l’auto riempita di malati: bambini, anziani, giovani e accompagnatori. Li accompagnava spesso in ospedale e poi dalla Sorelle della Carità che accoglievano gli ammalati nel loro dispensario, dalle porte sempre aperte. Non è stato facile guidare l’auto sapendo dei suoi viaggi per visitare i villaggi, ricevere e portare una bella notizia di pace e di utopia feriale. La macchina dava l’impressione di conoscere la strada e soprattutto le piste dei villaggi. Gigi aveva reso la Toyota come un pulmino con due ruote di soccorso e i sedili imbottiti: c’era posto per tutto e per tutti. In alto, sul tetto dell’auto, aveva fatto apporre un ferro saldato a misura per ordinare i bagagli. Quelli della gente e i suoi bidoni per l’acqua, le bottiglie per il gas della cucina di Bomoanga, gli immancabili animali di regalo e le medicine per il dispensario. Soprattutto portava, nel bazar ben organizzato del bagagliaio, il non visto di ogni volta: la speranza della guarigione per gli ammalati. Ecco perché non era facile guidare la macchina e sembrava quasi profanarla rimanendo in città. Sono passati 23 mesi dal suo rapimento e nella parrocchia e la zona le cose non sono affatto migliorate. Ancora qualche giono fa un villaggio è stato circondato, attaccato, saccheggiato e due persone hanno perso la vita. Si teme che questa zona, come altre, sia abbandonata dai contadini diventando terra di nessuno e dunque spazio di azione per i banditi e terroristi di frontiera. Da allora la sua macchina Toyota non è più tornata al villaggio. Circola in città, nella capitale Niamey, dove ancora vige una relativa e precaria calma. All’inizio non è stato facile guidare la sua macchina e allora ho lasciato che lei guidasse me.

Mauro Armanino, Niamey 17 agosto 2020

Indipendenze e tradimenti di sabbia nel Sahel

Indipendenze e tradimenti di sabbia nel Sahel

Tutto accade in questa settimana coi sessant’anni dell’Indipendenza.

Lunedì il Niger, mercoledì il Burkina Faso dell’assassinato Thomas Sankara e oggi, venerdì 7 agosto è la volta della Costa d’Avorio. Il primo giorno del mese è stato il turno della (poco) Repubblica del Togo. Ancora in settimana la memoria dell’atomica di Hiroshima, la festa della trasfigurazione e, lo stesso giorno, la morte di 40 migranti al largo della Mauritania in viaggio verso le isole Canarie. Potremmo aggiungere, se non bastasse, l’anniversario che cade domani, otto agosto del 1956, della morte di 262 minatori italiani a Marcinelle nel Belgio col carbone frutto di accordi con l’industria. C’è una parola che col-lega queste vicende apparentemente disparate alle quali, per rispetto ai morti e ai feriti, dovremmo aggiungere quanto accaduto a Beirut nel Libano. Tradimento è la parola che, forse meglio di altre, incarna il sentimento che attraversa la cronaca. Nel Niger, per celebrare l’anniversario dell’indipendenza, si è andato consolidando l’uso di piantare alberi. Anche quest’anno, il sessantesimo, il presidente della repubblica ha proceduto alla stessa operazione dei suoi predecessori, ricordando che la terra non è tanto un’eredità degli antenati quanto ‘ un prestito preso ai propri figli’. Il tema scelto quest’anno sarebbe tutto un programma: ‘ investire nella restaurazione del patrimonio forestale è investire sul futuro’. Nel Sahel, regione del mondo dove la siccità colpisce più acutamente, la desertificazione continua ad avanzare. L’azione (del tutto simbolica) di piantare alberi, avrebbe un senso solo e se la politica, naufragata tra colpi di stato e transizioni incerte, mettesse al proprio centro i poveri che sono la maggiornanza dei cittadini. Piantare la giustizia ogni giorno avebbe potuto creare l’unico argine possibile al tradimento perpetrato in questi sessant’anni di indipendenza. Eppure, conosciuto come l’anno dell’Africa, il 1960 ha marcato l’indipendenza di 17 Paesi africani: 14 l’hanno ottenuta dalla Francia, 2 dalla Gran Bretagna e un Paese dal Belgio. Nel mese di agosto 9 Paesi ne celebrano l’anniversario. Il tradimento di cui si parla ha radici e ragioni lontane. Dalla storia che dalla schiavitù, l’infamia assoluta che avrebbe segnato il corpo e l’immaginario di intere generazioni, è passata all’epoca coloniale per giungere all’attuale situazione di finte independenze di ‘sabbia’ , esiste una innegabile continuità. Le migliaia di migranti che hanno perso la vita (oltre 40 mila dal 1990 ), soprattutto di origine sub sahariana e i 40 giovani di questi giorni sono un’infamia per i Paesi che celebrano gli anniversari, per i Paesi di transito e per soprattutto per quelli di destinazione. Questi ultimi mettono in atto, tradendo la loro conclamata attenzione ai diritti umani, la peggiore delle politiche: la morte alle loro frontiere. I 40 giovani sepolti nel mare sono stati traditi nel più sacro dei diritti, quello di immaginare un futuro differente e così è stato per i minatori che erano partiti in Belgio per assicurare un altro futuro alle proprie famiglie. I morti di Hiroshima e Nagasaki, comuni cittadini, che nella ‘trasfigurazione’ di luce dell’atomica ha ‘sfigurato’ il volto di una civiltà che produce e usa armi per distruggere. Chi scrive ha avuto il privilegio di passare qualche giorno a Noaudibou in Mauritania, da dove sono probabilmente salpati i 40 migranti. Era tutto blindato, con elicotteri e navi che pattugliavano il mare e il deserto col Marocco. Faceva buona mostra di sé la ‘Guardia Civil’ spagnola...che assicurava la ‘sicurezza’ della Spagna. Lo stesso accade adesso nel deserto del Sahel, da tempo militarizzato e reso a suo malgrado nuova frontiera delle politiche di ‘esternalizzazione’ delle frontiere dell’Europa. Solo che l’Africa non è un continente ma un ventre. Un grembo di donna che non smette di accogliere, per-donare e rigenerare orizzonti di imprevedibile novità. Sarà lei, saranno loro, le donne che tra-diranno ai loro figli la folle saggezza che cambierà il mondo.

Mauro Armanino, Niamey 8 agosto 2020

Informazioni aggiuntive