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La fabbrica degli ostaggi nel Sahel

La fabbrica degli ostaggi nel Sahel

Adesso nel Sahel gli ostaggi sono loro.

Usati con perizia e poi immessi sul mercato, i migranti hanno sostituito ostaggi ben più importanti e famosi di loro. La fabbrica degli ostaggi non è nuova. Nel Sahel aveva funzionato bene per anni. Tecnici di multinazionali, turisti, antropologi, contrabbandieri e passanti. Ad ognuno il suo ostaggio e per tutti il prezzo del riscatto. Si sono finanziati anche così gruppi armati e assimilate filiere terroriste utili al sistema. Ostaggi pregiati, commerciabili e di matrice occidentale, di gran lunga più redditizi di quella locale. Non è vero che c’è l’uguaglianza: c’è ostaggio e ostaggio. Quelli occidentali, come per i lavoratori specializzati, i tecnici, gli esperti e i calciatori, sono molto più appetibili. Ora nel Sahel si fabbricano migranti irregolari che poi sono l’ultimo ritrovato della tecnica. Ostaggio si chiama chiunque venga detenuto come pegno o garanzia. Si dice di una persona sequestrata da criminali allo scopo di ricevere denaro o altro in cambio della sua liberazione. Nel Sahel gli ostaggi sono i migranti. Non è mai troppo tardi. Era più semplice di quanto si pensasse. La presa degli ostaggi passa inosservata e anzi si cammuffa da corridoi umanitari, operazioni di evacuazione e centri di addestramento profughi. I migranti del Sahel, tra gli altri, sono oggetto di particolare attenzione e riguardo. Ostaggi delle politiche che impongono frontiere a geometrie variabili e dispositivi di esternalizzazione del diritto internazionale. Basta disegnare una linea sulla sabbia, arredarla di filo spinato, registrarla al catasto del deserto e infine dichiare illegali quelli che la passeranno. La fabbrica degli ostaggi si costruisce con accordi bilaterali, convenzioni regionali e soprattutto incentivi economici. Irregolare perchè illegale come un prodotto clandestino della mobilità umana e dunque in balìa delle definizioni che faranno di loro un soggetto ideale. I primi ostaggi ufficiali nel Sahel risalgono al 2003 e si trattava di 32 turisti europei nella sabbia del Sahara. L’anno seguente fu il turno di altri due turisti e un diplomatico canadese dell’ONU, il suo assistente e l’autista. Una buona parte dei migranti son presi ad ostaggio dalle agenzie umanitarie che grazie a loro prosperano a dismisura. Ostaggi dei programmi di accompagnamento, formazione, rientro assistito e, per i più fortunati un fondo di primo reiserimento. A questo servono i centri di accogliente e precaria permanenza finalizzata al ritorno in patria dalle statistiche da presentare ai donatori. Le cifre sono ostaggi tradotti in programmi di riaggiustamento strutturale della società perché tutto cambi senza che nulla si trasformi. Le Organizzazioni, chiamate per finta Non Governative, degli ostaggi sono ormai il baluardo, la narrazione e soprattutto gli indiscussi portavoce. Un tanto a testa e si ricomincia con un altro progetto perché gli ostaggi si moltiplicano a piacimento nei progetti del mercato umanitario. Moduli, impronte, distribuzione viveri, tagliandi, bollini, gestione dei traumi da migrazione e infine l’intervista risolutoria con gli specialisti. Nel 2016 furono rapiti una religiosa colombiana, una protestante svizzera e una coppia australiana. Sono presi in ostaggio dal mare, dal deserto e dal futuro che spesso assomiglia al passato. Ostaggi provvisori di navi, camion, militari, mafiosi, trafficanti e pompieri della storia. Chi afferma cheil Sahel non è industrializzato poco conosce di questa zona del mondo. Le fabbriche di ostaggi si moltiplicano in proporzione ai regimi dittatoriali e al libero mercato delle ricorrenti carestie stagionali. I piani di sviluppo di questa industria prevedono benefici sempre maggiori per gli azionisti. Le basi militari ne assicurano la sicurezza, i giornalisti il funzionamento e gli ostaggi la garanzia di mano d’opera. Solo la diserzione o l’ ammutinamento degli ostaggi potrebbe ridurre il numero di fabbriche con gran danno del turismo umanitario.

Mauro Armanino, Niamey, aprile 2018

La rabbia del vento: dall’uranio al Sahel

La rabbia del vento: dall’uranio al Sahel

 

A Arlit la gente beve l’acqua radioattiva. Il titolo dell’articolo su ‘ Le Monde’non fa che confermare quanto denunciato a suo tempo dalla società civile locale. La ditta francese Areva da oltre quarant’anni estrae l’uranio in questa zona al confine con l’Algeria. La realizzatrice nigerina Amina Weira, intervistata dal giornale francese, è nata e ha vissuto per anni sul posto. Ricorda che da bambina, ancora senza capire, notava l’esistenza di molti problemi di salute. Difficoltà respiratorie, tumori, neonati deformi… da bimbi si diceva come dappertutto che ‘quello era il destino’, che era Dio a dare un figlio così. Ma erano soprattutto i pensionati ad accusare malesseri, paralisi o malattie strane. Amina ha scelto di fare un documentario, la cui diffusione è vietata nel Niger, nel quale mostra la polvere radioattiva di Arlit, l’acqua avvelenata che si beve, le case costruite con materiale di riporto delle miniere, il cibo contaminato e gli animali che muoiono. ‘La rabbia del vento’ è il titolo del film, presentato a Dakar nel Senegal e vietato in patria. Dal 27 gennaio di quest’anno il nome Areva si è mutato in Orano. Questo nome, che deriva dal latino uranus, fa anche eco a Ouranos, il dio greco del cielo che diventa Uranus nella mitologia romana. E’ lo stesso che dà il nome al pianeta poi dirottato al minerale dell’atomica. La lettera O indica il ciclo del combustibile nucleare che permette di trasformare il materiale in ‘yellow cake’, il dolce giallo, che col nero è il colore di Orano. Accade ancora il miracolo, l’uranio si trasforma in oro per qualcuno e in morte per gli altri che non entrano nel conto, ecco il senso della striscia nera dello stemma della ditta francese. La rabbia del vento è militarizzata come la zona di Arlit dove alcuni tecnici erano stati rapiti e poi rilasciati dopo il pagamento del riscatto. Hanno comprato il silenzio della città miniera in cambio di case, scuole, dispensario e una strada che usano i camion per trasportare il minerale trattato fino al mare. E’ un silenzio contaminato dagli interessi della potenza coloniale che compra la morte dei poveri con la complicità dei politici. Sono gli stessi che ricompensano coloro che questa domenica marceranno per sostenere la politica economica del governo. La ‘radio del marciapiede’ insinua che oltre 700 milioni in moneta locale (oltre un milione di euro) stanno distribuendosi per ‘facilitare’ la partecipazione governativa alternativa a quella dell’opposizione di domenica scorsa. Di domenica in domenica e forse con l’ingresso in campo delle associazioni islamiche, forse anch’esse oggetto di compravendita da questo governo, tacciato di ‘Charlie’, con riferimento ai fatti del settimanale satirico nel 2015. La rabbia del vento soffia sull’università statale di Niamey in fase di demolizione, stavolta a scioperare solo i docenti e i ricercatori di stipendio. Passa all’ospedale nazionale dove si muore davanti alla porta delle urgenze se prima non si paga la ricetta per acquistare quanto si trova di sottobanco sotto gli occhi di tutti. Il vento di rabbia scorre tra le regioni dove i granai sono vuoti e si dichiara lo stato di carestia. Peraltro il programma del ‘rinascimento’, ufficialista, sostiene che tutto va bene e chi afferma il contrario non ha capito la domanda. La rabbia del vento soffia sulla vita di Monica, che vorrebbe tornare in Costa d’Avorio, e delle due amiche del Camerun che invece si fermano in città. Sono scampate dall’inferno della Libia, dell’Algeria e del vento, rabbioso, del deserto. Chi voleva andare in Spagna, chi in Italia e chi, invece, dove ancora non sa. Arrestate, detenute, vendute, comprate e stuprate varie volte. Teresa e Anna non credono nel loro paese e preferiscono la polvere del Niger alla possibile guerra civile del la loro patria. Domandano una camera, da nutrirsi, curarsi e cominciare un lavoro qualsiasi per vivere ancora. Monica si trova all’ottavo mese di gravidanza e per questo desidera tornare in fretta da sua sorella di cui ha dimenticato il numero di telefono. Ha scelto di chiamare Angela la figlia che verrà, col vento.

Mauro Armanino, Niamey, Marzo 018

 

 Sitografia:

https://www.youtube.com/watch?v=6PGhovhIi9Y (in francese)

https://www.youtube.com/watch?v=EP3beyradJM ( in francese)

https://www.youtube.com/watch?v=bwM22Z7L5fo ( in tedesco)

 

Lettera incontro regione per situazione Bari Nord

Legambiente Circolo Angelo Vassallo

Al presidente della Regione dott. Michele Emiliano-

Dott. Antonio NUNZIANTE Vice Presidente Assessore Protezione Civile - Personale e organizzazione - Trasporti (Reti e Infrastrutture per la mobilità, Verifiche e Controlli dei Servizi TPL, Mobilità sostenibile);

Ferrovie del Nordbarese

Sindaco di Bari Antonio Decaro

E p.c. Presidenza Europea Presidente Juncker

Commissione Trasporti Autorità Europea per il trasporto ferroviario European Union Agency for Railways 120 rue Marc Lefrancq 59300 Valenciennes, France

Il Presidente del Consiglio,On. Gentiloni Paolo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

Ministro dei trasporti Pubblici ON. Graziano Delrio Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco di Barletta Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco di Andria Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco di Corato Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco di Ruvo di Puglia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco di Terlizzi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sindaco Bitonto Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

 

Oggetto: richiesta di incontro in Regione con l’assessorato mobilità e Azienda Ferrovie del Nordbarese sulla situazione del trasporto su ferro nell’area nord barese.

 

 

Egregi Onorevoli, Rappresentanti Istituzionali ed Enti destinatari, Legambiente è l’associazione ambientalista più diffusa in Italia, che tutela gli interessi pubblici e diffusi. La realtà associativa nella città di Corato- Bari- è presente da oltre trent’anni. Dopo l’incidente del luglio dello scorso anno, il servizio ferroviario, gestito da Ferrovienordbarese SpA(FNB), ha subito un graduale decadimento: corse soppresse, alcune volte senza preavviso, autobus che viaggiano incrementando il traffico urbano e l’inquinamento, ritardi che fanno perdere ore di lavoro, lezioni ecc. Il nostro circolo nel corso dell’ultimo anno ha sensibilizzato FNB, l’opinione pubblica ed istituzioni pubbliche mediante i banchetti e i Mass Media sulle problematiche.(1) Tuttavia, con la presente sappiamo che il grosso dei lavori per il raddoppio della Corato-Ruvo erano già in fase di completamento, prima del triste e nefasto incidente. Il binario di raddoppio era già posizionato con gran parte della massicciata: i pali della linea aerea in posizione per montare il filo della tensione, mentre sul binario vecchio i treni circolavano regolarmente. Da completare c’era l’ingresso della stazione di Corato. Questo fu uno degli argomenti affrontati con Ferrotranviaria durante l’incontro a Bari in direzione nella sede della stessa Azienda il 31 marzo u.s., da parte della nostra delegazione. In quella circostanza fu aperto un credito di considerazione in quanto fino a settembre c’era tutto il tempo per terminare i lavori, a cui alleghiamo il Report della stessa Azienda ( 2). La F.T. a luglio rese noto che sulla linea da Ruvo a Bari era entrato in funzione l’apparato di sicurezza S.C.M.T. e i treni su tale tratta non viaggiavano più a velocità ridotta. La tratta Corato – Ruvo è di appena sei chilometri, fu interrotta la circolazione per impiegare meno tempo e per ultimare i lavori questo dichiararono nel corso dello stesso incontro. C’era da fare su questi sei chilometri l’impiantistica dell’SCMT, se vogliamo fare un piccolo paragone, le Ferrovie dello Stato iniziarono la sperimentazione nell’anno 2000 nel 2007 gran parte delle linee principali erano completate, senza interruzione di circolazione dei treni, ad oggi sono più di 19000 i chilometri attrezzati con l’SCMT. La F.T. non ha dovuto fare la sperimentazione di questo tipo di apparato, perché quello che hanno montato è quello utilizzato dalle Ferrovie dello Stato, naturalmente l’hanno adattato alla rete ferroviaria Bari-Barletta. La tratta Corato-Ruvo è una linea pianeggiante e non ci sono gallerie che potrebbero essere causa di allungamento dei tempi di realizzazione, i passaggi a livello erano già automatici perché col nuovo apparato devono essere di questo tipo. La stazione di Corato ha soli due binari per installare una cabina ACEI: infatti, sei mesi sono di gran lunga sufficienti anche senza interrompere la circolazione dei treni. I tempi per professionalizzare il personale e per sperimentare questi sei chilometri richiede pochi giorni lavorativi. Se vogliamo fare un altro piccolo paragone la linea dell’Alta Velocità e dell’Alta Capacità delle F.S., entrò in funzione più o meno nel 2006; in undici anni è sotto gli occhi di tutti cosa è diventata, adotta un apparato più evoluto dell’SCMT. Non solo consideriamo la struttura ferroviaria del nord barese fondamentale per le intermodalità tra mezzi di trasporto in specie con l’aeroporto di Palese, vista l’approssimarsi di Matera 2019, come capitale europea della cultura avrà bisogno di un hub affidabile ed efficiente. Pertanto, considerato, quanto sopra esposto, chiediamo un incontro presso l’Assessorato Regionale ai trasporti pubblici della Regione Puglia alla presenza dell’Azienda di trasporto concessionaria del servizio con eventuali rappresentanti istituzionali ad ogni livello per discutere le criticità del trasporto ferroviario della tratta e delle soluzioni concrete a cui i cittadini desiderano da oltre un anno una soluzione della problematica. Si richiede, altresì, la presenza dell’onorevole Antonio Decaro, Sindaco di Bari, in rappresentanza di tutti i sindaci dell’area metropolitana e come presidente ANCI Nazionale. Chiediamo ai rappresentanti delle varie comunità interessate ed agli Organismi Sovranazionali di sollecitare le istituzioni preposte a sbloccare e risolvere la situazione. Non escludiamo ulteriori azioni ad ogni livello, per tutelare i diritti dei cittadini e dei pendolari, per difendere i diritti delle nostre comunità.

 

Corato, 9/10/2017 Distinti saluti Giuseppe Soldano Presidente di Legambiente- A. Vassallo - Circolo di Corato

 

1- http://www.legambientecorato.it/index.php/941-legambiente-il-nostro-impegno-continua-per-tutelare-un-bene-comune 2- http://www.legambientecorato.it/index.php/cerca?searchword=ferrotramviaria&ordering=newest&searchphrase=all&limit=25 (omissis)

Comunicare l’ambiente nel mondo dei Media

Comunicare l’ambiente nel mondo dei Media

Un evento organizzato da Legambiente per l’aggiornamento dei giornalisti e per la formazione dell’opinione pubblica

Nel corso di questi anni stiamo vivendo una serie di evoluzioni nel campo della comunicazione tra nuovi e vecchi media, le informazioni viaggiano a ritmi di clicks anche quelle ambientali hanno bisogno di una nuova ed attenta analisi dei fatti ambientali per non incorrere in una deformazione della realtà.

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Chi sono i rifugiati ambientali?

Chi sono i rifugiati ambientali?

Tratto da : http://comune-info.net/2017/06/chi-sono-i-rifugiati-ambientali/

di Guido Viale*

 

Chi sono i rifugiati ambientali? Secondo Essam El-Hinawi, che ha introdotto questo termine nel 1985, si tratta di “persone che sono state costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale (naturale e/o provocata da attività umane, come per esempio un incidente industriale) o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”. Un’altra definizione da prendere in considerazione è quella dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) che, si badi bene, parla di migranti ambientali e non di profughi. Vedremo che in un diverso contesto la differenza è molto importante. Per l’Oim (2007) i migranti ambientali sono “persone o gruppi di persone che, per pressanti ragioni di un cambiamento improvviso o graduale che influisce negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro dimore abituali o scelgono di farlo, temporaneamente o per sempre, e che si spostano sia all’interno del loro paese che oltre confine”. Entrambe queste definizioni collocano i profughi o i migranti ambientali fuori dal diritto alla protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, in base alla quale le persone a cui spetta il diritto di asilo sono solo quelle costrette a fuggire da un fondato timore di persecuzione (da parte di uno Stato) per cinque ragioni: razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale. Successivamente il diritto di asilo è stato esteso includendovi ogni tipo di violenza e, in particolare, la guerra. In ogni caso il termine profugo (refugee) si applica solo alle persone che varcano il confine del proprio Stato, mentre le persone che si spostano al suo interno per cause di forza maggiore, siano esse la guerra, la violenza o il degrado ambientale, sono chiamate (displaced persons) e non possono ovviamente essere fatte oggetto di protezione internazionale. La correttezza del termine profugo ambientale è stata comunque contestata soprattutto sulla base di due considerazioni. Primo, il rapporto tra degrado ambientale ed esodo all’estero non è quasi mai diretto. Prima di abbandonare il proprio paese le vittime di un processo di degrado ambientale cercano per lo più altre strade: si spostano in un altro territorio, spesso dalla campagna alla città o dalle regioni periferiche alla capitale. Solo in un secondo tempo tentano la via dell’estero. Ricostruire l’eziologia di questo esodo è pertanto molto difficile. “I disastri – afferma il professor Roger Zetter dell’Università di Oxford, una delle massime autorità negli studi su questo argomento – non spostano la gente. È la loro vulnerabilità sociale e politica e la loro esposizione agli shock a predisporli allo spostamento. L’ambiente non ‘perseguita’ come possono farlo una dittatura o una guerra”. Secondo, il tentativo di estendere ai migranti ambientali la protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra, in particolare in un periodo in cui la sua applicazione viene messa in forse da molti Governi, rischia di diluire e compromettere anche la protezione accordata alle persone che la Convenzione deve proteggere. Altri studiosi ritengono invece che i profughi ambientali siano effettivamente vittime di una violenza, quella dei cambiamenti climatici provocati dall’Occidente e dei disastri prodotti dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi processi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per il professor Francois Gemenne dell’Università di Paris Vincennes, i profughi ambientali sono effettivamente vittime di violenza: quelli propri dell’antropocene, cioè dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali provocati dall’Occidente, dai suoi consumi e dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi flussi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per questo hanno diritto a una protezione internazionale. Quale che siano le ragioni che spingono sia i profughi di guerra che i migranti ambientali a fuggire dai loro paesi, oggi sono entrambi esposti allo stesso carico di maltrattamenti, violenza, sfruttamento, rapine e rischi mortali durante il loro viaggio verso l’Europa, dato che nessun corridoio umanitario viene predisposto per facilitare il loro arrivo. Come si è visto, le cause che spingono i profughi e i migranti ambientali ad abbandonare il loro paese sono diverse. Più in particolare esse rientrano in una delle seguenti categorie: Eventi ambientali estremi come terremoti, alluvioni. Uragani, siccità, carestia, ecc.; Lento degrado del suolo anno dopo anno, come desertificazione, innalzamento del livello del mare, esaurimento degli acquiferi (tutti fenomeni che dipendono dai cambiamenti climatici); Interventi umani che cambiano lo stato di un territorio, come miniere, pozzi petroliferi o per l’estrazione del gas, appropriazione del suolo o dell’acqua, costruzione di grandi infrastrutture come dighe, oleodotti, ferrovie, strade, impianti turistici, sviluppo urbano o grandi manifestazioni come Giochi Olimpici o esposizioni internazionali. I profughi e i migranti ambientali abbandonano i loro luoghi di origine secondo modalità differenti a seconda dei fenomeni che li hanno spinti a farlo. Quando sono in gioco eventi estremi e improvvisi, quasi tutti gli abitanti di un’area si spostano insieme verso altre aree il più possibile vicine a quelle che lasciano, per lo più all’interno dello stesso paese. Quando invece il fattore determinante è un degrado graduale dell’habitat, l’emigrazione è in genere più selettiva. Si spostano (da soli o in piccoli gruppi) solo alcuni membri di una famiglia o di una comunità, in genere giovani, spesso i più istruiti e persino i più benestanti, anche perché devono sostenere i costi del loro viaggio, tutt’altro che indifferenti, con le risorse delle loro famiglie o con quelle di parenti che si trovano già all’estero e che li attendono. Spesso, prima di imbarcarsi in un viaggio rischioso verso l’Europa, raggiungono una città o la capitale del paese, dando origine a nuovi slum. Il loro obiettivo principale è guadagnare e mandare del denaro a casa per integrare le scarse risorse delle loro famiglie. Il modello di migrazione seguito dalle persone cacciate dalla costruzione di un’infrastruttura o da qualche altro progetto di sviluppo riproduce quello delle persone colpite da un evento estremo, anche quando il loro trasferimento è organizzato da un’agenzia di governo. Il modello della gente che fugge da una guerra è invece spesso simile a quello seguito dalle persone cacciate dal degrado del loro habitat, anche quando la loro fuga assume le caratteristiche di una valanga, come oggi in Siria. In entrambi questi schemi di esodo, la maggioranza delle persone desiderano tornare prima o poi da dove sono venuti, anche se pochi riescono poi a farlo. Improvvisi disastri ambientali o lento degrado di un habitat sono spesso causa di conflitti armati o di guerre, perché un ambiente immiserito riduce le risorse di una comunità che vive di un’economia di sussistenza, inducendo gruppi etnici o armati ad accaparrarsi quel che resta a spese di altri gruppi anche con le armi. È questo, per esempio, il caso del confitto che coinvolge Boko Haram nel nordest della Nigeria, o di quello che aveva devastato il Ruanda. Spesso l’economia nazionale o le politiche del Governo non sono in grado di far fronte alla rapida crescita di conglomerati urbani provocati da una migrazione interna. È questa una situazione che sfocia facilmente in rivolte urbane che, in un contesto vulnerabile, possono poi esplodere in una guerra aperta, soprattutto se delle potenze straniere cercano di trarre vantaggio dalla situazione per raggiungere i loro scopi. È questo il caso della Siria: alle origini della guerra che la sta devastando ci sono anni di siccità che avevano strappato un milione e mezzo di contadini dalle loro terre, facendoli confluire verso città già sovraffollate. Qui, in una fase di radicalizzazione e internazionalizzazione del conflitto, l’obiettivo principale dello Stato islamico è stato quello di accaparrarsi le risorse strategiche del paese: in particolare i pozzi petrolifere e soprattutto le risorse idriche attraverso il controllo delle dighe. Tornando a una visione di insieme, le seguenti carte dell’Africa centrale e settentrionale – prese dalla relazione di Grammenos Mastrojeni al convegno Il secolo dei profughi ambientali?, Milano, 24.9.2016 – mostrano come ci sia una sovrapposizione quasi completa tra le aree segnate da degrado ambientale (1), i paesi coinvolti in una guerra o in un conflitto armato (2), le aree colpite da una carestia (3) e le zone da cui proviene la maggioranza dei flussi migratori (4); a riprova di quanto sia difficile distinguere i profughi di guerra da quelli cacciati da un disastro ambientale. È sbagliato considerare questi conflitti questioni puramente regionali. Il peggioramento dell’ambiente globale e l’allargamento delle aree gravemente colpite dai cambiamenti climatici provocano un conflitto crescente tra i paesi “sviluppati” e la moltitudine dei profughi che cercano la sopravvivenza in paesi meno coinvolti dai cambiamenti climatici. Un documento prodotto dal Pentagono già nel 2004 così prospettava il futuro che ci attende: Le prossime guerre saranno combattute per ragioni di sopravvivenza. Nei prossimi venti anni diventerà evidente un sensibile calo della capacità del pianeta di sostenere la popolazione esistente. Milioni di persone moriranno a causa di guerre o carestie, finché gli abitanti del pianeta non saranno stati ridotti a un numero sostenibile. I paesi più ricchi, come gli Stati uniti e l’Europa si trasformeranno in “fortezze virtuali” per impedire l’arrivo di milioni di migranti espulsi dalle loro terre sommerse o non più in grado di produrre cibo per mancanza di acqua. Ondate di profughi in arrivo via mare creeranno gravi problemi. Rivolte e conflitti finiranno per spezzare l’Africa e l’India. I Governi incapaci di garantire le risorse di base e i servizi essenziali e di difendere i propri confini verranno spazzati via dal caos e dal terrorismo. Ma quanto sono i migranti o profughi ambientali? Global Estimates calcola che dal 2008 a oggi siano stati circa 28,5 milioni ogni anno. Un’altra fonte sostiene che solo nel 2015 ci siano stati 27,8 milioni di displaced persons, 19,2 dei quali a causa di calamità naturali e 8,6 a causa di conflitti e violenza; L’Oim prevede 250 milioni di profughi ambientali al 2050. Significativo il numero dei profughi provocati da progetti di sviluppo: in Cina, tra il 1950 e il 2015 circa 80 milioni. In India 65 milioni, di cui solo il 17 per cento sono stati ricollocati in modo più o meno appropriato. Ecco alcune cifre di spostamenti provocati da progetti di sviluppo ed eventi organizzati dall’uomo (questi dati sono ricavati dal libro Crisi ambientale e migrazioni forzate, prodotto dall’associazione A Sud, Roma, 2016). Dighe Three Gorges dam (China): 1,2 million Danjiangkou dam (China): 340.000 Narmada (India): 3.200 dams, 250.000 Upper Krishna dam (India): 176 villages, 93.200 families, 300.000 Shuikou and Yantan dam (Cina): 180.000 Itaparica dam (Brasile): 40.000 Kedung Ombo dam (Indonesia): 32.000 Nangbeto dam (Togo): 10.600 Eventi Olimpic games Seul (1988): 720.000 Olimpic games Bejing (2008): more than 1 million Expo Shangai (2010): 400.000 Santo Domingo: 500 year from Discovery of America (1992): 180.000 Quali sono le politiche dell’Unione Europea nei confronti dei profughi? Schematizzando molto per motivi di tempo si può dire quanto segue: L’Europa deve riuscire a respingere il maggior numero possibile di profughi. Lo fa distinguendo tra profughi che hanno il diritto di chiedere asilo in base alla Convenzione di Ginevra perché fuggono guerre o persecuzioni, e “migranti economici”, che non hanno quel diritto e devono essere rimpatriati. I profughi ambientali rientrano in questa seconda categoria. La selezione tra profughi di guerra e migranti economici viene effettuata negli sulla base dei paesi di origine, classificati in sicuri e non sicuri. Paesi come Afghanistan, Mali, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia sono considerati sicuri e i profughi di quei paesi sono considerati migranti economici e sono costretti al rimpatrio. Per promuoverlo vengono stipulati degli accordi con i loro Stati di origine a cui sono versati miliardi di euro in cambio di questa riconsegna. Ma vengono anche dotati di armamento militare o strumenti di sorveglianza e recentemente, come viene prospettato per il Niger, si progetta il trasferimento in loco di un contingente militare per bloccare i flussi. Respingere i profughi tra le braccia degli aguzzini da cui cercano di fuggire significa esporli al reclutamento delle loro formazioni armate, estendere i fronti di guerra, rendere inabitabili per tutti i loro paesi, come lo sono oggi gran parte della Libia e i territori in mano allo Stato islamico. Costituire l’Europa in fortezza può rendere difficile penetrarvi, ma rende anche impossibile uscirne, perché l’intero continente sarà sempre di più circondato da guerre e bande armate. Ma le politiche di respingimento accrescono anche l’ostilità dei circa quaranta milioni di abitanti di origine straniera – di cui venti di religione musulmana – già insediati in Europa come cittadini europei o immigrati regolarizzati. Ostilità che si è già rivelata origine di un terrorismo stragista autoctono e non importato, ma anche di una crescente estraneità e di un crescente rancore di intere comunità che genereranno nuovi conflitti interni su basi etniche o pseudoreligiose. L’alternativa a queste politiche deve essere comunque elaborata dal basso, dalla cittadinanza attiva e non solo dai governi, coinvolgendo sia le comunità autoctone che quelle migranti. Non può essere definita in partenza, ma alcuni dei suoi capisaldi possono essere enunciati fin da ora. Si tratta di un programma radicale, assimilabile a un vero e proprio regime change a livello europeo, che per ora può essere valorizzato solo come strumento di mobilitazione e di condizionamento dei Governi, cercando i necessari collegamenti con tutti i movimenti attivi su questi temi. In sintesi: Primo: Politiche di austerità e incapacità di accogliere sono strettamente legate. “Non c’è posto” per i profughi perché non c’è più posto per tanti cittadini europei dato che l’austerità continua a sottrarre lavoro, reddito, casa e servizi a tutta la parte inferiore della piramide sociale. Non si può gestire i flussi crescenti dei profughi senza affrontare anche la disoccupazione e la povertà tra un numero crescente di cittadini europei: con un vasto programma di spesa non per grandi opere inutili e dannose, ma per mille e mille piccoli interventi nel tessuto della società. Secondo: Sul lungo periodo il riequilibrio demografico della popolazione europea con nuovi apporti dall’esterno, per evitare che si riduca a una comunità di vecchi, è inevitabile. Così si rischia di dover richiamare, in un domani non lontano, una parte di quelle popolazioni che oggi ci adoperiamo per respingere e far annegare. È appena il caso di ricordare che il milione e mezzo di profughi entrati in Europa nel 2015, quando ancora era aperta la rotta balcanica, eguaglia a mala pena i migranti economici accolti ogni anno in Europa per tutto il secondo dopoguerra, fino al 2008, pur in presenza di una crescita demografica autoctona che oggi è venuta meno. Terzo: Per questo occorrono corridoi umanitari di ingresso e soprattutto politiche inclusive, costruite dal basso, fondate su progetti che promuovano la collaborazione tra cittadini europei, soprattutto giovani, e nuovi arrivati. I campi di questi interventi sono noti: assistenza alla persona, agricoltura innovativa di piccola taglia (al posto dello sfruttamento e della schiavizzazione dei profughi e dei migranti non regolarizzati in forme tradizionali di agricoltura estensiva), ristrutturazioni edilizie, salvaguardia degli assetti idrogeologici, fonti energetiche rinnovabili, artigianato di riparazione e manutenzione dell’usato, cultura e altro ancora. Sono per lo più attività legate alla lotta contro i cambiamenti climatici che, quando, e se, se ne presenteranno le condizioni, possono essere trasferite da migranti di ritorno anche nei paesi di origine ed essere il motore di un riequilibrio ambientale ed economico di quei territori. Quarto: Un programma e dei progetti del genere non possono essere affidati né al mercato, dove ognuno si cerca un lavoro da sé, né solo a programmi governativi. Abbinando accoglienza e lavoro, inclusione e produzione, soltanto l’economia sociale e solidale è adatta a concepirli, promuoverli e gestirli; ovviamente con un massiccio sostegno dei poteri pubblici. Quinto: Le persone fuggite da guerre e disastri per lo più desiderano ritornare nei loro paesi se solo il degrado sociale e ambientale venisse invertito. Sono queste le premesse per la costituzione di una grande comunità euromediterranea. Immigrati e profughi costituiscono un grande potenziale da valorizzare sia nella definizione di una prospettiva politica di pacificazione dei paesi da cui sono fuggiti e di cui conoscono bene conflitti e dinamiche; sia nella progettazione del risanamento ambientale e sociale dei loro territori di origine grazie ai contatti che mantengono con le comunità che hanno lasciato, ma anche grazie alle professionalità e soprattutto alle relazioni che hanno acquisito in Europa. Sesto: Per questo le loro comunità possono e dovrebbero essere aiutate a organizzarsi per essere parti in causa in campagne per bloccare sia le guerre in corso nei loro paesi di origine, sia le forme più devastanti della presenza economica dell’Europa in quegli stessi territori. Settimo: Premessa obbligata è una battaglia culturale per riavvicinare le persone tra loro; è nello scambio culturale e nella ibridazione dei rispettivi apporti, ma soprattutto nella vicinanza alle loro sofferenze, che si possono creare le basi per la riconquista di una dimensione umana alla politica. Il rigetto che molti cittadini e cittadine europee manifestano verso profughi e migranti non è dovuto solo alla paura (di una loro propensione a delinquere o del terrorismo). Questa certo non manca, ma viene spesso usata a copertura del rifiuto di mescolarsi con persone e “culture” di cui si teme che possano mettere in forse abitudini e tradizioni a cui ci si sente legati. È questo timore del diverso che va affrontato, senza demonizzare o tacciare di razzismo (ben presente invece in chi lo promuove e lo sfrutta) chi ne è solo portatore o vittima. Farsi concittadini di chi era straniero: questo deve essere il nostro impegno.

 

* Sociologo e saggista, tra i suoi ultimi libri Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti (Nda Press). L’articolo di questa pagina è apparso anche su guidoviale.it e qui con il consenso dell’autore.

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